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Antibiotici critici e accesso alle terapie

Un recente fatto di cronaca ha riportato l’attenzione su un tema cruciale per la farmacia ospedaliera: l’accesso ad antibiotici critici non ancora commercializzati in Italia. Il caso diventa lo spunto per riflettere sul ruolo del farmacista nella gestione dell’antimicrobico-resistenza, tra uso appropriato, normative di accesso e responsabilità professionale.

Nei primi giorni del 2026 un giovane rimasto gravemente ustionato nell’incendio avvenuto a Crans-Montana è stato trasferito in Italia per le cure specialistiche. Durante il ricovero ha sviluppato una grave infezione sostenuta da Acinetobacter baumannii, un batterio noto per la sua elevata capacità di sviluppare resistenze multiple. In questo caso specifico, il patogeno si è dimostrato resistente a tutti gli antibiotici disponibili sul mercato italiano.

Di fronte all’assenza di alternative terapeutiche, i clinici hanno richiesto l’utilizzo di una combinazione antibiotica non commercializzata in Italia, già autorizzata e utilizzata negli Stati Uniti. Il farmaco è stato reperito attraverso canali straordinari e trasferito in urgenza dal Policlinico San Martino di Genova al Policlinico di Milano, rendendo possibile l’avvio della terapia.

La notizia è stata presentata come un esempio virtuoso di collaborazione interregionale e di capacità di risposta del Servizio Sanitario. Ma letta dalla prospettiva della farmacia ospedaliera, questa vicenda racconta soprattutto la fragilità strutturale dell’accesso agli antibiotici critici.

Quando il farmaco esiste ma non è disponibile

Il farmaco impiegato appartiene alla nuova generazione di antibiotici sviluppati specificamente contro Acinetobacter baumannii multiresistente, uno dei patogeni più problematici in ambito ospedaliero, in particolare nei reparti di terapia intensiva e nei grandi ustionati.

Si tratta di molecole che esistono, sono prodotte e utilizzate in altri contesti regolatori, ma che non fanno ancora parte in modo stabile del mercato europeo e italiano. Questo scollamento tra disponibilità scientifica e accesso reale rappresenta uno dei punti più critici nella gestione dell’antimicrobico-resistenza.

La farmacia ospedaliera come snodo dell’accesso non standard

In situazioni di questo tipo, la farmacia ospedaliera assume un ruolo centrale e spesso poco visibile. L’accesso a un farmaco non commercializzato richiede infatti:

  • l’attivazione di percorsi regolatori straordinari previsti dalla normativa nazionale vigente,
  • la gestione di importazioni urgenti o di utilizzi eccezionali,
  • la tracciabilità completa del medicinale,
  • la condivisione di responsabilità documentali con clinici e direzioni sanitarie.

Il farmacista non entra nel merito della scelta terapeutica, che resta clinica, ma rende operativa quella scelta, trasformando una possibilità teorica in una terapia effettivamente somministrabile al paziente.

Stewardship antibiotica e scarsità programmata

Il caso mette in evidenza anche uno dei paradossi più complessi della stewardship antibiotica. Gli antibiotici più innovativi e più preziosi sono quelli che devono essere utilizzati con estrema cautela, riservati a pochi casi selezionati, per preservarne l’efficacia nel tempo.

Questo approccio, corretto dal punto di vista clinico e di sanità pubblica, comporta però volumi di utilizzo estremamente ridotti, che rendono questi farmaci poco attrattivi dal punto di vista commerciale. Il risultato è una disponibilità discontinua, spesso affidata a canali eccezionali, che sposta sulle strutture sanitarie e sui farmacisti il peso della gestione della scarsità.

L’eccezione che rischia di diventare regola

Strumenti come l’uso compassionevole e le importazioni per necessità terapeutica sono indispensabili per rispondere a emergenze cliniche reali. Tuttavia, il ricorso ripetuto a questi canali segnala un problema sistemico: l’accesso agli antibiotici critici non può basarsi esclusivamente sull’eccezione.

Affidare terapie salvavita a percorsi straordinari significa accettare:

  • una variabilità territoriale nell’accesso,
  • una dipendenza da reti informali tra strutture,
  • un carico organizzativo crescente per le farmacie ospedaliere.

In uno scenario in cui l’antimicrobico-resistenza è riconosciuta come una minaccia strutturale, questa modalità non può rappresentare una risposta stabile.

Produzione nazionale e utilizzo clinico

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la filiera produttiva. Alcuni antibiotici critici vengono prodotti anche in Italia, inclusi lotti destinati a fasi cliniche o commerciali per altri mercati (il principio attivo sulbactam, nel caso specifico, viene prodotto da Recipharm nel sito produttivo di Brescia). Tuttavia, la presenza di capacità manifatturiera sul territorio non garantisce automaticamente la disponibilità clinica per il Servizio Sanitario Nazionale.

Per il farmacista, questo apre interrogativi concreti sulla coerenza tra produzione, politiche regolatorie e programmazione sanitaria, soprattutto in un’area strategica come quella degli antibiotici.

L’AMR come questione di governance del farmaco

Il caso descritto legato alla tragedia di Crans-Montana non è solo una storia di buona sanità. È il riflesso di una tensione strutturale tra innovazione scientifica, sostenibilità economica e accesso alle cure.

L’antimicrobico-resistenza non è soltanto un problema clinico o di ricerca, ma una questione di governance del farmaco, in cui il farmacista è chiamato a svolgere un ruolo sempre più strategico: nella valutazione dell’accesso reale alle terapie, nella costruzione di percorsi sicuri e appropriati, nel dialogo con le istituzioni e le direzioni sanitarie.

La cronaca recente mostra come, nei momenti di maggiore criticità, la capacità del sistema di rispondere dipenda anche dalla competenza del farmacista nel gestire ciò che non è previsto dal mercato ordinario, ma è essenziale per la tutela del paziente.

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