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Più innovazione significa più responsabilità per il farmacista

L’innovazione farmacologica accelera, ma non semplifica. Indicazioni multiple, evidenze in evoluzione e incertezze decisionali ridefiniscono il ruolo del farmacista, sempre più chiamato a interpretare, mediare e governare la complessità terapeutica.

Negli ultimi anni il lavoro del farmacista è diventato sempre più complesso. Non perché manchino le conoscenze, ma perché è cambiata la natura delle decisioni. L’innovazione farmacologica ha moltiplicato opzioni, indicazioni e possibilità terapeutiche, ma raramente ha reso le scelte più semplici. Al contrario, ha spostato il baricentro del lavoro professionale verso territori dove l’evidenza va interpretata e non solamente applicata.

Il report IQVIA Institute “Impacts of the Proliferation of Innovation” (gennaio 2026) fotografa con chiarezza questo scenario. Su 50 farmaci top-seller negli Stati Uniti lanciati prima del 2014, le 190 indicazioni approvate includono quasi un terzo (29%) arrivate in “late life”, cioè oltre cinque-nove anni dall’immissione iniziale. Molte riguardano malattie rare (42% con orphan designation), condizioni gravi (65% con alto burden di anni di vita persi) e spesso rappresentano la prima opzione terapeutica disponibile da oltre cinque anni (45%) o addirittura la prima mai approvata (20%).

L’innovazione non semplifica, stratifica

Indicazioni multiple, criteri di eleggibilità sempre più specifici, profili di beneficio e rischio che non si lasciano ridurre a schemi fissi. Al banco della farmacia o nei contesti ospedalieri, tutto questo si traduce in domande di appropriatezza che non tollerano risposte automatiche:

  • È davvero appropriato per questo paziente, oggi?
  • Come si colloca, in questo contesto clinico, rispetto alle alternative già in uso?
  • Quali evidenze real-world supportano l’impiego, oltre ai dati del trial?

Il farmaco smette così di essere soltanto un prodotto da dispensare. Diventa un nodo decisionale complesso.

Dal prodotto alla scelta consapevole

Il report mostra come molte espansioni tardive arrivino con evidenze solide ma circoscritte (surrogate endpoint, studi single-arm in alcuni casi) benefici marcati in sottogruppi ben definiti e inevitabili incertezze nella fase post-approvazione. In Italia, con i meccanismi AIFA di rimborso condizionato, registri, monitoring e rinegoziazione, queste incertezze tendono ad amplificarsi.

È in questo spazio che il farmacista emerge come mediatore qualificato:

  • tra dato clinico e persona reale, con comorbidità, politerapie e aderenza non ideale
  • tra linea guida e contesto individuale
  • tra promessa terapeutica e gestione quotidiana, fatta di interazioni, monitoraggi e counselling

È un passaggio profondo e spesso silenzioso: dal dispensare un prodotto al governare una scelta.

La pressione invisibile (e individuale)

C’è un aspetto che i report internazionali raramente nominano, ma che ogni farmacista italiano conosce bene: la pressione decisionale crescente. Più le indicazioni proliferano, più le decisioni diventano difficili da delegare o standardizzare completamente. L’aggiornamento non basta più. Serve interpretare evidenze incomplete, sostenere l’incertezza, assumersi responsabilità in prima persona.

Questa pressione è spesso vissuta in solitudine, soprattutto nella farmacia territoriale, con carichi di lavoro elevati e poco tempo per il confronto multidisciplinare. Influenza il dialogo con il paziente, la fiducia reciproca e, in ultima analisi, la qualità delle cure.

Competenza non è accumulo, è navigazione

Il messaggio centrale che traspare dal report è limpido: sapere di più non basta più. La competenza oggi si misura nella capacità di:

  • orientarsi in evidenze non definitive;
  • formulare le domande giuste al medico, al paziente, alla letteratura;
  • riconoscere onestamente i limiti del dato disponibile.

In breve: governare la complessità invece di ridurla artificialmente.

Il farmacista come infrastruttura culturale del SSN

In un sistema sanitario attraversato da innovazioni rapide e non sempre lineari, il farmacista non è soltanto un professionista tra gli altri. Diventa un’infrastruttura culturale indispensabile. Rende l’innovazione comprensibile, la traduce in pratica sostenibile, ne accompagna un uso consapevole e sicuro.

Per farlo servono strumenti adeguati (sistemi di decision support, accesso rapido ai dati real-world, registri AIFA evoluti) ma anche confronto strutturato tra professionisti e una comunità professionale viva.

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