La farmacia dei servizi è uscita da tempo dalla dimensione dello slogan. Non è più soltanto un’espressione programmatica, né una prospettiva affidata a sperimentazioni locali. È una realtà che si misura nei locali dedicati, nei test diagnostici rapidi, negli ECG, negli holter, nelle campagne vaccinali, negli screening e nelle attività di orientamento che molte farmacie italiane svolgono ogni giorno.
L’VIII Rapporto annuale sulla Farmacia, realizzato da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma, conferma questo passaggio con dati significativi. L’indagine ha coinvolto 1.976 farmacie e 1.034 cittadini, offrendo una fotografia ampia dell’evoluzione della farmacia di comunità nel Servizio sanitario nazionale.
Il quadro che emerge è chiaro: la farmacia non è più solo il luogo della dispensazione del farmaco, ma sempre più un presidio di salute, prevenzione, accesso e accompagnamento.
Eppure proprio questa maturazione apre una questione nuova. Se l’offerta dei servizi è ormai cresciuta, il punto critico diventa la domanda: quanto i cittadini utilizzano questi servizi? Quanto li percepiscono come parte ordinaria del proprio percorso di salute? Quanto sono integrati con medicina generale, specialistica territoriale, prevenzione pubblica e presa in carico delle cronicità?
La farmacia dei servizi, in altre parole, ha superato la fase della possibilità. Ora entra nella fase dell’integrazione.
Una rete già attrezzata
I numeri descrivono una rete professionale che negli ultimi anni ha investito in spazi, dotazioni e organizzazione. Secondo il rapporto, circa tre farmacie su quattro dispongono di locali separati per erogare servizi specifici. La quota di farmacie che non offre ancora servizi risulta residuale e riguarda soprattutto alcune realtà rurali, dove le difficoltà logistiche possono pesare di più rispetto ai contesti urbani.
Tra le prestazioni più diffuse figurano i test diagnostici rapidi, come glicemia e colesterolo, offerti da quasi otto farmacie su dieci. Più di sette farmacie su dieci effettuano ECG o monitoraggi con holter cardiaco e pressorio, mentre circa una farmacia su due somministra il vaccino antinfluenzale.
Sono dati che raccontano una trasformazione concreta. La farmacia si è progressivamente attrezzata per rispondere a bisogni che non riguardano soltanto l’accesso al medicinale, ma anche la prevenzione, il monitoraggio, la continuità assistenziale e l’intercettazione precoce di situazioni cliniche che richiedono attenzione.
Questa evoluzione ha una particolare rilevanza per i pazienti cronici, che trovano nella farmacia un punto di riferimento frequente, accessibile e spesso più vicino rispetto ad altri servizi sanitari. Non si tratta di sostituire il medico o lo specialista, ma di rafforzare la rete di prossimità in cui il cittadino si muove, spesso con difficoltà, tra prescrizioni, controlli, esami, terapie e informazioni.
Il divario tra disponibilità e utilizzo
Il dato più interessante, però, non è solo la crescita dell’offerta. È lo scarto tra ciò che la farmacia può erogare e ciò che il cittadino utilizza in modo abituale.
Il tema emerge con forza nella lettura giornalistica del Rapporto: la farmacia dei servizi “c’è”, ma la richiesta degli assistiti resta ancora limitata. È un punto decisivo, perché sposta la discussione dalla capacità tecnica alla capacità di adozione. Non basta che un servizio sia disponibile perché entri automaticamente nelle abitudini sanitarie della popolazione.
Per molti cittadini la farmacia è ancora associata principalmente al farmaco, al consiglio immediato, alla gestione di un bisogno rapido. Il passaggio verso una farmacia vissuta anche come luogo di prevenzione, telemedicina, screening e monitoraggio richiede tempo, fiducia, chiarezza comunicativa e riconoscimento istituzionale.
Qui si colloca la vera sfida professionale. Il farmacista non deve solo “fare sapere” che un servizio esiste, ma deve aiutare il cittadino a comprenderne l’utilità, il momento corretto di accesso, il rapporto con il medico curante, il valore in un percorso più ampio di salute.
Il farmacista come attivatore di accesso
Il punto centrale è proprio questo: la farmacia dei servizi non ridefinisce solo il perimetro delle prestazioni erogabili, ma anche il ruolo professionale del farmacista.
Il farmacista diventa sempre più un attivatore di accesso. Intercetta bisogni che il cittadino non sempre sa nominare. Riconosce segnali, orienta verso il medico quando necessario, promuove campagne di prevenzione, sostiene l’aderenza terapeutica, spiega il senso di un controllo, aiuta a distinguere tra urgenza, prevenzione e monitoraggio.
È una funzione delicata, perché richiede equilibrio. La farmacia dei servizi non può essere ridotta a un ampliamento commerciale dell’offerta. Deve restare ancorata a criteri di appropriatezza, qualità, tracciabilità e integrazione con il sistema sanitario. Solo così può consolidare la fiducia dei cittadini e degli altri professionisti della salute.
In questa prospettiva, il farmacista non è un semplice esecutore di prestazioni: è un professionista sanitario che contribuisce a rendere più accessibile il sistema, soprattutto in una fase in cui la medicina territoriale è sottoposta a pressioni crescenti: invecchiamento della popolazione, cronicità, liste d’attesa, difficoltà di accesso, carenza di personale e bisogno di prossimità.
La farmacia può diventare uno dei luoghi in cui questi bisogni trovano una prima risposta. Ma perché questo accada in modo stabile, occorre che i servizi siano riconosciuti, comunicati e integrati nei percorsi del SSN.
Il nodo dell’integrazione con il SSN
Il messaggio istituzionale che emerge dal Rapporto è netto. Non basta che le farmacie siano pronte: serve una piena operatività della farmacia dei servizi e una collaborazione strutturata con la medicina generale. Necessario, tuttavia, eliminare le differenze tra città e zone isolate, nonché rendere pienamente operativo un modello riconosciuto dai cittadini e integrato con i medici di famiglia.
È un passaggio fondamentale. La farmacia dei servizi può produrre valore solo se non resta una somma di iniziative locali, differenziate per Regione, territorio, disponibilità della singola farmacia o capacità organizzativa del singolo titolare.
Il rischio, altrimenti, è creare una geografia irregolare dell’accesso: cittadini che trovano servizi avanzati in alcune aree e cittadini che non li trovano altrove; farmacie ben inserite nei percorsi territoriali e farmacie lasciate a una logica di iniziativa individuale; prestazioni disponibili ma non sempre pienamente collegate ai flussi informativi del SSN.
L’integrazione deve riguardare almeno tre piani.
Il primo è organizzativo: definire con chiarezza quali servizi vengono erogati, con quali standard, con quali requisiti e con quale relazione rispetto agli altri attori del territorio.
Il secondo è informativo: rendere i dati prodotti o raccolti in farmacia compatibili con i percorsi sanitari, evitando che restino informazioni disperse, non valorizzate o non disponibili per il medico curante.
Il terzo è culturale: far percepire al cittadino che rivolgersi alla farmacia per un servizio sanitario non significa uscire dal SSN, ma accedere a uno dei suoi presidi di prossimità.
Dalla prestazione alla relazione
La nuova fase della farmacia dei servizi non si giocherà solo sul numero di prestazioni erogate. Si giocherà sulla qualità della relazione professionale che accompagna quelle prestazioni.
Un test rapido può essere un atto tecnico. Ma può anche diventare un’occasione di educazione sanitaria, prevenzione, orientamento e rinvio appropriato. Una vaccinazione può essere una prestazione singola. Ma può anche diventare parte di una strategia di protezione dei soggetti fragili. Un holter può essere un servizio disponibile al banco. Ma può anche inserirsi in un percorso più ordinato di monitoraggio del rischio cardiovascolare.
La differenza la fa il contesto professionale.
Per questo la farmacia dei servizi non deve essere letta soltanto come ampliamento dell’offerta. È una trasformazione del modo in cui la farmacia partecipa alla salute pubblica. Richiede competenze, tempo, formazione, comunicazione efficace e capacità di lavorare con altri professionisti.
Per il farmacista, significa assumere un ruolo più visibile e più esposto. Più visibile perché il cittadino lo riconosce come interlocutore sanitario per bisogni sempre più ampi. Più esposto perché ogni ampliamento di funzione richiede standard, responsabilità e capacità di rendere misurabile il valore prodotto.
Che cosa cambia per il farmacista
L’VIII Rapporto Cittadinanzattiva-Federfarma fotografa una farmacia in movimento. Non più soltanto luogo di accesso al farmaco, ma presidio capace di contribuire alla prevenzione, al monitoraggio e alla continuità assistenziale.
Il passaggio successivo, però, non può essere dato per scontato. La crescita dell’offerta deve essere accompagnata da una crescita della domanda appropriata. E questa domanda non nasce da sola: va costruita attraverso fiducia, informazione, integrazione e riconoscimento.
Per il farmacista significa lavorare su un doppio fronte. Da un lato, garantire servizi di qualità, sicuri e coerenti con il proprio ruolo sanitario. Dall’altro, aiutare i cittadini a capire quando e perché usare quei servizi, evitando sia il sottoutilizzo sia l’accesso improprio.
Il salto, oggi, non è aggiungere nuove prestazioni. È fare in modo che quelle prestazioni diventino parte stabile, leggibile e utile dei percorsi di salute. In questo passaggio si misura la maturità della farmacia di comunità e, insieme, la capacità del Servizio sanitario nazionale di valorizzare davvero la prossimità.

