Lo sciopero generale del 13 aprile 2026 – proclamato dalle organizzazioni sindacali Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil insieme a Conasfa, nel quadro della trattativa per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale delle farmacie private scaduto dal dicembre 2023 – ha avuto almeno un merito chiaro: costringere l’intero settore a guardare in faccia un nodo che va ben oltre il rinnovo di un contratto.
La mobilitazione è nata attorno a richieste che riguardano non solo l’adeguamento salariale, ma anche il riconoscimento delle responsabilità professionali assunte oggi dal farmacista dipendente, in un contesto in cui la farmacia di comunità ha ampliato funzioni, servizi e integrazione con la sanità territoriale.
Per questo non si tratta più soltanto di retribuzioni, ma del modo in cui viene riconosciuto – o non riconosciuto – il lavoro del farmacista dipendente nella farmacia privata di oggi.
L’evento si è immediatamente polarizzato sui numeri di adesione. Eppure fermarsi alla conta dei partecipanti significa perdere il punto centrale: perché una parte significativa della professione ha sentito il bisogno di incrociare le braccia.
È qui che il rinnovo del Ccnl smette di essere pura materia negoziale e diventa una questione profondamente professionale.
Che cosa dicono i dati di adesione
Secondo le stime diffuse da Federfarma l’adesione si sarebbe attestata tra il 7% e il 9%, con solo 52 farmacie completamente chiuse. Le organizzazioni sindacali promotrici hanno invece dichiarato un’adesione media del 70%, con picchi oltre l’80-90% nelle grandi città e nei turni notturni/festivi.
La distanza tra queste letture è ampia e, almeno sul piano pubblico, difficilmente ricomponibile.
Ma il dato più interessante è quello qualitativo.
Al di là della disputa sulle percentuali, lo sciopero ha reso visibile che all’interno della professione esiste una tensione reale sul rapporto tra responsabilità crescenti, riconoscimento economico e prospettive professionali.
Secondo indicazioni emerse dalle organizzazioni promotrici, una quota rilevante dell’adesione ha coinvolto farmacisti appartenenti alle generazioni più giovani (under 45 con laurea specialistica o master clinici), segnale di un disagio che sembra intercettare in particolare chi è entrato nella professione in una fase di profonda trasformazione della farmacia.
Un contratto nato in un’altra farmacia
Il Ccnl vigente risale a un’epoca in cui la farmacia di comunità era ancora prevalentemente un luogo di dispensazione. Oggi quel modello è superato.
Negli ultimi anni la farmacia ha assunto funzioni che ne hanno profondamente modificato il perimetro operativo:
- Distribuzione per conto (DPC) di farmaci innovativi;
- Servizi diagnostici e di screening;
- Supporto strutturato all’aderenza terapeutica;
- Counselling vaccinale e telemedicina;
- Integrazione sempre più stretta con la sanità territoriale e il PNRR.
Processi, responsabilità e competenze richieste sono cambiati radicalmente. Eppure, per molti farmacisti dipendenti, il riconoscimento economico e professionale non ha tenuto il passo con questa evoluzione. Il contratto attuale classifica ancora il farmacista al livello D1, con un inquadramento che non riflette più le responsabilità sanitarie quotidiane.
Competenze cresciute, riconoscimento fermo: il gap che pesa
Non si tratta solo di “quanto si guadagna”, ma se l’attuale inquadramento sia coerente con ciò che oggi viene chiesto al banco.
Il farmacista dipendente gestisce in prima persona pazienti cronici in DPC, segnala reazioni avverse, verifica interazioni complesse, supporta l’aderenza e spesso svolge funzioni di filtro tra territorio e specialistica. Tutto questo con una retribuzione lorda media che, secondo i dati Conasfa, risulta inferiore del 28% rispetto a un dipendente del SSN con analoghe responsabilità.
Questa discrepanza genera effetti concreti:
- Turnover elevato (il 38% dei farmacisti under 40 dichiara di voler lasciare la farmacia privata entro 24 mesi);
- Carico di lavoro non retribuito (formazione, counselling complesso, gestione emergenze);
- Riduzione della qualità del servizio percepita dal paziente cronico.
Il rischio è strutturale: una farmacia che amplia i servizi senza valorizzare chi li eroga rischia di minare la propria sostenibilità organizzativa
Implicazioni operative quotidiane sul banco
Se il nodo contrattuale riguarda il riconoscimento delle competenze, i suoi effetti si misurano però nella quotidianità operativa della farmacia.
È qui che la questione diventa concreta.
Quando ruoli, responsabilità e riconoscimento evolvono in modo disallineato, aumentano inevitabilmente le frizioni organizzative: redistribuzione informale di attività, sovrapposizione di compiti, minore chiarezza nelle responsabilità e maggiore dipendenza dalla gestione individuale dei problemi.
Nella pratica, questo può significare meno tempo per attività professionali a maggiore valore, minore strutturazione dei servizi e maggiore difficoltà a integrare in modo stabile nuove funzioni, dalla DPC alla telemedicina.
Il punto non è che la farmacia smetta di funzionare, ma che rischi di funzionare in modo più fragile. Ed è una differenza importante, perché in una fase in cui la farmacia di comunità è chiamata ad assumere un ruolo crescente nella sanità di prossimità, la robustezza organizzativa diventa parte della qualità del modello.
È su questo piano che il rinnovo del Ccnl smette di riguardare solo il rapporto di lavoro e intercetta una questione più ampia: la capacità del sistema farmacia di sostenere la propria evoluzione.
Strategie concrete attivabili già oggi
Il rinnovo non dipende solo dai tavoli nazionali. Molto può essere fatto già ora, sia dal farmacista dipendente sia dal titolare:
Per il farmacista dipendente
- Documentare sistematicamente ogni intervento clinico (counselling DPC, segnalazioni, verifica aderenza) per costruire un “portfolio di competenze” spendibile.
- Richiedere formalmente l’aggiornamento del mansionario con le nuove attività cliniche.
- Supportare le petizioni e le iniziative sindacali con dati concreti raccolti sul campo.
Per il titolare
- Valutare, ove possibile, forme transitorie di valorizzazione organizzativa e professionale in attesa del rinnovo contrattuale.
- Investire su modelli di team più maturi: ruoli definiti, percorsi di crescita interna, formazione clinica condivisa.
- Rendere visibili e misurabili i contributi professionali del team per rafforzare la forza negoziale complessiva.
Queste azioni non sostituiscono la trattativa, ma creano contesto e pressione dal basso, dimostrando che il riconoscimento delle competenze è un investimento sulla retention e sulla qualità del servizio.
Takeaway: dal conflitto all’opportunità di sistema
Lo sciopero del 13 aprile non è stato soltanto una vertenza salariale: ha reso visibile il cambio generazionale e il divario tra competenze attuali e riconoscimento contrattuale.
Un Ccnl obsoleto rischia di minare la sostenibilità della farmacia dei servizi proprio mentre questa si espande (DPC, telemedicina, prossimità).
Il rinnovo può (e deve) diventare l’occasione per ripensare modelli organizzativi, valorizzare le competenze e rendere la professione più attrattiva per le nuove generazioni.
Ogni farmacista e ogni titolare ha leve operative da attivare oggi: documentazione, protocolli interni, chiarezza di ruoli.
La vera domanda non è quanti abbiano scioperato, ma se il settore intende trattare il rinnovo come un semplice adempimento o come un passaggio di sistema per il futuro della professione.
Il 13 aprile ha semplicemente costretto tutti a guardare in faccia questa trasformazione già in corso. Il prossimo tavolo di trattativa (previsto per fine maggio 2026) sarà l’occasione per decidere se coglierla o rinviarla ancora.

